L’amore ai tempi del colera
| Autore | Gabriel García Márquez |
|---|---|
| Traduttore | Claudio M. Valentinetti |
| Editore | Mondadori |
| Collana | Oscar Classici Moderni |
| Anno edizione | 2001 |
| Stato di lettura | Finito |
Sapeva da tempo di essere predestinato a rendere felice una vedova, e a essere reso felice da lei, e questo non lo preoccupava. Anzi, vi era preparato. A forza di conoscerle nelle sue incursioni di cacciatore solitario, Florentino Ariza avrebbe finito per sapere che il mondo era pieno di vedove felici. Le aveva viste impazzire di dolore davanti al cadavere del marito, supplicando che le seppellissero vive dentro la stessa bara per non affrontare senza di lui la vita a venire, ma a mano a mano che si riconciliavano con la realtà del loro nuovo stato le si vedeva risorgere dalle ceneri con una vitalità rinverdita. Cominciavano a vivere come parassiti di ombre nelle dimore deserte, diventavano confidenti delle loro domestiche, amanti dei loro guanciali, senza nulla da fare dopo tanti anni di prigionia sterile. Sprecavano le altre ore a cucire sui vestiti del morto i bottoni che non avevano mai avuto il tempo di sostituire, stiravano e ristiravano le loro camicie con i polsini e il colletto inamidati affinché fossero sempre perfette. Continuavano a mettere il loro sapone nel bagno, la federa con le loro iniziali nel letto, il piatto e le posate al loro posto a tavola, qualora fossero tornati dalla morte senza avvertire, com'erano soliti fare in vita. Ma in quelle messe di solitudine prendevano a poco a poco coscienza di essere di nuovo padrone del loro arbitrio, dopo avere rinunciato non solo al loro nome di famiglia ma anche alla loro stessa identità, e tutto questo in cambio di una sicurezza che era stata solo una delle tante illusioni di giovani spose. Solo loro sapevano quanto pesava l'uomo che amavano alla follia, e che forse le amava, ma che avevano dovuto continuar ad allevare fino all'ultimo respiro, dandogli da poppare, cambiandogli i pannolini imbrattati, distraendolo con trucchetti da madre per attenuargli il terrore di uscire la mattina e guardare in faccia la realtà. E tuttavia, quando lo vedevano uscire di casa istigato da loro stesse a fare a pezzi il mondo, allora erano loro a ritrovarsi col terrore che l'uomo non tornasse più. Questa era la vita. L'amore, ammesso che ci fosse, era una cosa a parte: un'altra vita.
Nell'ozio riparatore della solitudine, invece, le vedove scoprivano che il modo onorevole di vivere era alla mercé del corpo, mangiando solo per fame, amando senza mentire, dormendo senza doversi fingere addormentate per sfuggire all'indecenza dell'amore ufficiale, infine padrone del diritto a un letto intero per loro sole dove nessuno contendesse la metà del lenzuolo, la metà dell'aria da respirare, la metà della notte, finché il corpo non si saziava di sognare i propri sogni, e si svegliava da solo. Nelle sue albe di cacciatore furtivo, Florentino Ariza le incontrava all'uscita dalla messa delle cinque, drappeggiate di nero e col corvo del destino sulla spalla. Non appena lo scorgevano nel chiarore dell'alba attraversavano la strada e cambiavano di marciapiede con passi minuti e interrotti, passi da uccellino, perché il loro passare accanto a un uomo poteva macchiare il loro onore. Tuttavia, lui era convinto che una vedova sconsolata, più di qualsiasi altra donna, potesse portare dentro di sé il seme della felicità.
[pp. 218-219]
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3 ott 2021
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Ottobre è il mese di Halloween e dei racconti del terrore. Per questo ho pensato di scegliere un libro a tema, ma non vi aspettate di trovare streghe, vampiri, teschi e zombie: l’angoscia e lo sgomento suscitati da questo racconto sono frutto del genere umano.
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